La Grande Recessione – Il mondo verso il disastro economico –

Mercoledì 22 Febbraio 2012 00:00 Green Report

Oggi in un articolo pubblicato su “Slate” e intitolato significativamente “The Great Recession, Part II”, il premio Nobel per l’economia Joseph Eugene Stiglitz non usa mezzi termini di fronte al marasma economico che scuote nuovamente le economie occidentali: «Il mondo potrebbe essere condotto ad un altro disastro economico se continuiamo ad ascoltare le ideologie del libero mercato» …

Stiglitz fa una impietosa analisi degli ultimi folli ed avidi anni dell’economia planetaria: «Solo pochi anni fa, un potente ideologia – la fede nel libero mercato senza ostacoli – ha portato il mondo sull’orlo della rovina. Anche nel suo periodo di massimo splendore, dagli anni ‘80 fino all’inizio del 2007, il capitalismo deregolamentato American-style ha portato un maggiore benessere materiale solo per i più ricchi del Paese più ricco del mondo. Infatti, nel corso dell’ascesa trentennale di questa ideologia, la maggior parte degli americani ha conosciuto un calo o un ristagno del reddito. Inoltre, la crescita del prodotto negli Stati Uniti non era economicamente sostenibile. Con tanto reddito nazionale degli Stati Uniti che sta nelle mani di così pochi, la crescita potrebbe continuare solo attraverso il consumo finanziato da un aumento della montagna del debito».

Stiglitz scrive di essere tra coloro che speravano che «In qualche modo, la crisi finanziaria avrebbe impartito agli americani (e agli altri) una lezione sulla necessità di una maggiore uguaglianza, una maggiore regolamentazione e un migliore equilibrio tra mercato e governo. Ahimè, che non è stato così. Al contrario, una rinascita della destra economica, spinta dall’ideologia e da interessi particolari, ancora una volta minaccia l’economia globale, o almeno le economie di Europa e Nord America, dove queste idee continuano a fiorire.

Negli Stati Uniti, questa rinascita della destra, i cui aderenti evidentemente cercano di abrogare le leggi fondamentali della matematica e dell’economia, minaccia di forzare un default del debito nazionale. Se mandati di spesa del Congresso superano i ricavi, ci sarà un deficit e un deficit che dovrà essere finanziato».

Secondo il premio Nobel invece che bilanciare i benefici di ogni spesa del programma del governo con l’aumento delle tasse per finanziare tali prestazioni «La destra cerca di usare una mazza, non permettendo al debito nazionale di aumentare i livelli di spesa per limitare le imposte».

Questo lascia aperta la questione della priorità delle spese: «Se le spese per pagare gli interessi sul debito pubblico non sono la priorità, il default è inevitabile. Inoltre, ridurre le spese ora, nel bel mezzo di una crisi causata dall’ideologia del libero mercato, porterebbe inevitabilmente a prolungare la recessione», scrive Stiglitz che ricorda che 10 anni fa, nel bel mezzo di un boom economico, gli Usa avevano un surplus così grande da poter eliminare il debito nazionale, ma «Tagli fiscali insostenibile e guerre, una grande recessione e l’ impennata dei costi della sanità, alimentata in parte dall’impegno dell’amministrazione di George W. Bush a dare alle case farmaceutiche il libero sfogo a fissare i prezzi, ed anche il denaro pubblico messo rapidamente in gioco, si è trasformato un enorme surplus e in un deficit record in tempo di pace».

I rimedi al deficit Usa conseguono immediatamente da questa diagnosi: «Mettere l’America di nuovo al lavoro stimolando l’economia; finire le guerre senza cervello; tenere sotto controllo le spese militari e farmaceutiche e aumentare le tasse, almeno i più ricchi. Ma la destra non vuole niente di tutto questo e invece spinge per ancore più tagli fiscali per le imprese e i ricchi, con tagli di spesa negli investimenti e nella protezione sociale che mettono in pericolo il futuro dell’economia americana e sbriciolano quel che rimane del contratto sociale. Nel frattempo, il settore finanziario Usa sta facendo lobbying per liberarsi delle regole, in modo da poter tornare ai suoi precedenti metodi, disastrosamente spensierati».

Secondo Stiglitz le cose sono leggermente migliori in Europa: «La Grecia e altri paesi sono di fronte alla crisi, la “medicine du jour” sono semplicemente obsoleti pacchetti di austerità e privatizzazioni, che lasceranno semplicemente i Paesi che li accettano più poveri e più vulnerabili. Questa medicina è fallito nell’Asia dell’est, in America Latina e altrove, e fallirà anche in Europa. Infatti, ha già fallito in Irlanda, Lettonia e Grecia».

Mo non tutto è (ancora) perduto e la ricetta di Stiglitz è una miscela di redistribuzione dei redditi e di intervento dello Stato per garantire l’equità, il Premio Nobel nel suo orizzonte non contempla nemmeno la decrescita, ma prospetta una diversa crescita fatta di equità sociale e di riequilibrio dei pesi rispetto a quella del turbo-capitalismo neoconservatore che ci viene riproposta. «C’è un’alternativa: una strategia di crescita economica sostenuta dall’Unione Europea e dal Fondo monetario internazionale. La crescita potrebbe ripristinare la fiducia che la Grecia possa ripagare i propri debiti, facendo calare i tassi di interesse e lasciando più spazio fiscale per ulteriori investimenti che promuovano la crescita. La crescita stessa aumenta le entrate fiscali e riduce la necessità delle spese sociali, come il sussidio di disoccupazione. E la fiducia che questo genera conduce ad una crescita ulteriore».

Tutto semplice? Non proprio e Stiglitz spiega perché questa via di uscita non viene percorsa: «Purtroppo, i mercati finanziari e gli economisti della destra rinata hanno spinto il problema esattamente indietro: credono che l’austerità produca fiducia e che la fiducia produrrà la crescita. Ma l’austerità minaccia la crescita, peggiora la posizione fiscale del governo, o almeno la rende meno migliore rispetto a quella promessa dai sostenitori dell’austerità. In entrambi i casi, la fiducia viene minata e viene messa in moto una spirale verso il basso».

Stiglitz conclude con una domanda: «Abbiamo davvero bisogno di un altro costoso esperimento con idee che hanno ripetutamente fallito? » e si risponde abbastanza sconsolato: «Non dovremmo, ma sembra sempre di più che dovremo sopportarne comunque un altro. Un fallimento, sia in Europa che negli Stati Uniti, nel tornare a una crescita robusta sarebbe un male per l’economia globale. Il fallimento di entrambi sarebbe disastroso, anche se i principali Paesi emergenti hanno raggiunto una crescita indipendente. Purtroppo, a meno che non prevalgano le teste più sagge, questo è la strada verso la quale si sta dirigendo il mondo».

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