Il nome delle cose

ENZO RITTER, 19 dicembre 2011

Quando nel 1987 giunsi in Perù come volontario, Inter-Agire si chiamava ancora Solidarietà Terzo Mondo. Mi trovai in imbarazzo di fronte ai peruviani che si chiedevano perché “terzo mondo” e quali fossero il primo e il secondo. Oggi si parla di “sud del mondo” sostituendo così una gerarchia a un’altra, forse meno arrogante ma non per questo meno discriminatoria o ambigua.

Anche la parola “volontario” nell’ambito della cooperazione internazionale attraverso l’invio di persone qualificate, non è più adatta. Ma sostituirla con la parola “cooperante” non è la soluzione: in genere i cooperanti sono quei tecnici impiegati nella cooperazione, statale e non, con statuti e stipendi ben diversi dai nostri volontari. Per la maggior parte delle persone un volontario è chi presta la propria opera gratuitamente e durante il suo tempo libero. I volontari di Inter-Agire/Missione Betlemme, che svolgono il loro lavoro per una durata minima di due anni, lo fanno a tempo pieno.
Ma torniamo al “sud del mondo”, con questa espressione si vorrebbe indicare quei paesi che trovandosi a sud di una certa linea sul mappamondo rappresentano le regioni che una volta si chiamavano “sottosviluppate”. E qui entra in gioco la parola “sviluppo”, talmente abusata e corredata di aggettivi che quando viene udita non si può fare a meno di chiedersi: quale sviluppo? La crescita della produzione di beni e servizi sfruttando brutalmente natura e umanità o uno sviluppo armonioso che parta dal diritto per tutti a una vita degna rispettando le persone, la loro libertà, la loro cultura e l’ambiente? Ma il “sud del mondo” non esiste forse anche nel nostro cosiddetto nord ricco? O nei paesi dell’est europeo? Oggi il mondo, con la cosiddetta globalizzazione (altro concetto ambiguo), è diventato veramente uno solo, dove dappertutto un sistema predatorio mette in pericolo la vita di miliardi di esseri umani e la sopravvivenza del nostro stesso pianeta. Altre parole, altri concetti nascondono la verità: con la cosiddetta “apertura dei mercati”, assurta a mantra universale, si nasconde in realtà la possibilità per i potenti di appropriarsi di tutte le risorse, ricchezze minerarie, terra e lavoro umano, a prezzi stracciati.
L’elenco delle parole ingannevoli è lunghissimo, sta a noi trovarne il vero significato attraverso l’analisi dei fatti concreti. Perché chiamare “termovalorizzatore” un inceneritore di rifiuti che inquina e non risolve il problema della produzione di milioni di tonnellate di scarti? O ancora, perché chiamare “operatore ecologico”, quella persona che svolge un compito utile e dignitoso spazzando strade e marciapiedi con una ramazza? Non è pura e semplice ipocrisia?

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